Cari Amici della Comunità Ellenica in Ticino,

è un piacere, oltre che un onore, per me essere nuovamente qui oggi, con voi, a festeggiare questa importante ricorrenza che riunisce idealmente tutti i Greci della madrepatria e della diaspora nel mondo. Vi porto il mio saluto anche a nome della Associazione Italiana di Cultura Classica, Delegazione della Svizzera Italiana, da venticinque anni ormai impegnata a diffondere, nella scuola e nella società, i valori fondamentali della cultura antica, di quella greca innanzitutto. Lo facciamo nella pratica quotidiana del nostro lavoro nella scuola e nella società, lo facciamo perché ci crediamo, lo facciamo, ancora, perché la nostra lingua italiana e la nostra cultura è greca, e poi latina.

Il tempo corre precipitoso e ci ritroviamo qui dopo un anno. Difficile dire se questo anno sia trascorso senza apportare mutamenti, oppure se siamo stati noi a non accorgerci di lenti cambiamenti, invisibili perché sotto la superficie. Ho preferito non dare un'etichetta a questo mio breve intervento, ma è innegabile che non si possa eludere di parlare della difficile situazione in cui versa buona parte della società europea, greca, italiana, spagnola, solo per citarne alcune. Anche qui occorre una parola greca per definire questa situazione, viene invocata una parola greca per sintetizzare lo stato deprecabile delle cose: crisi. Non dimentichiamo che il termine ha avuto grande importanza nell'ambito medico. La crisi è un momento culminante, il morbo sta raggiungendo il suo apice (vogliamo usare un altro termine greco: il suo parossismo), il medico lo scruta attentamente, il momento è decisivo, da lì inizia la via verso la guarigione o verso la catastrofe. La malattia e la salute vivono nel corpo, la società è un corpo, è assai complessa e vive il difficile equilibrio del corpo. Non si può separare la materialità di un corpo dalla sua psiche (non a caso un altro termine greco), dal suo mondo spirituale, non esiste una separazione tra corpo e cultura, tra materialità e cultura, tra economia e cultura. Quando l'uomo trascura la sua spiritualità e la sacrifica alla propria materialità inizia allora il processo di degenerazione. Quando si generalizza il senso di non appartenenza ad un tessuto culturale e civile, iniziano allora le spinte centrifughe che portano una società al declino. Il declino è lento, insensibile, talora si camuffa persino da società ricca e perbene, che apparentemente non ha bisogno di null'altro che di accrescere le proprie ricchezze. È una crisi alla rovescia, nemmeno degna del nome, non portata alla coscienza. Voglio solo dire che non è nemmeno questa l'alternativa alla crisi economica, e che questa nasce là dove è scomparsa la coltivazione di pochi ma genuini valori, culturali e sociali.
Coltivazione: mentre scrivevo queste righe, le ruspe stavano terminando la loro opera di distruzione di un vasto vigneto (tremila metri di terreno per tre milioni di franchi, da rivendere a quaranta milioni a lavoro finito) davanti alle mie finestre, coltivato da molti decenni, forse da sempre terreno agricolo, oasi di varie stirpi di uccelli e ristoro per il mio animo: al primo apparire di una scavatrice, gli uccelli non si sono fatti più vedere, hanno abbandonato il territorio ancora prima che la devastazione fosse iniziata, sono fuggiti lontano dal nuovo pericoloso padrone. Sono segnali anche questi, devono dirci qualcosa sull'opera di distruzione sistematica della natura e del territorio messa in atto qui da noi, attività di comodo, ma che non potrà durare all'infinito, e che nasce dall'avidità fine a se stessa, mascheramento di un disagio profondo non portato alla coscienza. Nei periodi di crisi assistiamo all'emergere e al formarsi di grandi, quanto inutili ricchezze, quasi fossero un rimedio contro il generale disfacimento.
Uno dei primi ambiti che rischiano di essere travolti da questo stato di cose è quello dell'educazione, un vigneto a suo modo. Cari amici della comunità ellenica, proprio il greco ed il latino si sono trovati in una condizione di esasperata difficoltà nel sistema educativo ticinese (diverso è il caso dell'Italia), come docenti e come membri dell'AICC-DSI stiamo cercando di fare tutto il possibile per raggiungere le coscienze, ancor prima che l'intelligenza, dei giovani, ma è una lotta che ha bisogno anche dell'aiuto di ciascuno di voi. La nostra scuola sta educando (si fa per dire) generazioni di giovani liceali assolutamente ignari di Omero, di Virgilio, di Lucrezio (ma l'elenco è illimitato), e senza Omero e Virgilio affronteranno il loro eterno presente (come potranno avere consapevolezza del passato e del futuro?). Non è nemmeno un'accusa nei confronti dei giovani, la responsabilità è innanzitutto del sistema educativo che non ha più obiettivi e priorità genuinamente culturali. È questo il lato più nascosto e più subdolo della crisi, è un prima, non un dopo, ed alimenterà a sua volta una situazione di disagio, magari camuffata da una diffusa disponibilità economica, di parecchi, non di tutti ovviamente.
Ma torniamo alla crisi più visibile, quella economica, una sorta di guerra non dichiarata, senza bombe ma con troppe vittime. Anche la guerra è una febbre, una crisi che poi si spegnerà. Dalla guerra e dalle macerie sovente rispunta il valore della resistenza, della solidarietà, che non è elemosina, ma è compartecipazione (simpatia), amicizia e fratellanza. Dallo sconquasso non può non rinascere la volontà di ripristinare una nuova polis, un nuovo cosmo. Dal retaggio della cultura classica abbiamo a disposizione una serie nutrita di antidoti: per citarne uno solo, oltre al senso della polis, la sobrietà. Ben prima delle esperienze spirituali del medioevo e ben prima di vescovi e di papi, la classicità ha sempre insistito sulla necessità della sobrietà, sul pericolo di identificare la felicità con la ricchezza. Scriveva Seneca, nel I sec. d. C., all'amico e discepolo Lucilio, parafrasando il filosofo greco Epicuro: «Quella invero non è povertà, se è gioiosa: non chi possiede poco, ma chi brama di più è povero. Che cosa infatti importa quanto uno abbia nei forzieri, quanto nei granai, quanto grandi siano i suoi pascoli o le sue rendite, se è sempre concentrato sui beni altrui, se tiene il conto non di ciò che ha acquisito, ma di ciò che deve acquisire? Mi chiedi quale sia il limite delle ricchezze? Il primo è avere ciò che è necessario, in seguito ciò che sia sufficiente».

Noi continueremo per la nostra strada, finché potremo. Fra una settimana partiremo, ventisei allievi di diverse classi di latino e greco e due docenti del Liceo di Bellinzona, per Atene, con una puntata a Delfi. Si tratta di un viaggio liberamente scelto, fuori dal quadro dei viaggi d'Istituto. È un viaggio che gli allievi hanno fortemente voluto ed hanno coorganizzato assieme ai docenti, è un viaggio che ha raccolto il consenso delle famiglie. Ventisei giovani che hanno il desiderio non soltanto di incontrare i luoghi delle loro esperienze culturali, ma anche di situarsi in una enorme città come Atene, fanno ben sperare per un futuro in cui le culture continueranno a dialogare al di là dei condizionamenti sociali e politici. Solo così si può sperare di uscire dalle crisi, e la Grecia ha ancora e avrà sempre molto da dare e da offrire per una crescita culturale e civile, unica premessa per un'economia al servizio dell'uomo, per fondare società che guardano al futuro con la memoria dell'esperienza del passato.
La Grecia vada dunque fiera dell'eredità che ci ha trasmesso, della cultura che attraverso le sue colonie è arrivata, spesso con la mediazione di Roma, fino a noi, in periferia. Cerchiamo, anche con questa festa, di rinnovare una tale consapevolezza: di più, forse, non possiamo, il resto, come diceva Orazio, lasciamolo agli dei.

Prof. Benedino Gemelli

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